E la fabbrica?

È tempo di nuovi valori e nuovi gesti. Di uomini nuovi, disposti al sacrificio massimo. È tempo di parcheggiare fuori dal centro dell’universo. Di abbassare quella U maiuscola che sopra la nostra persona ci mette a disagio. Basta umanesimi, pichi delle mirandole e vitruvi vari. Un universo pieno di riflettori astronomici puntati addosso ci fa bruciare gli occhi e abbiamo gambe e braccia stanche di stare in posa per Leonardo Da Vinci. Le braccia ci servono per consultazioni e indagini virtuali, per rispondere al telefono o digitare una cifra sulla calcolatrice, e i piedi per premere la frizione della nostra vettura, lo sappiamo. Ci siamo liberati del ‘morto io morto Dio’, dell’Io penso kantiano, e perfino Freud ci ha seccato con le sue moltiplicazioni e variazioni sul tema dell’ego. Ci danno l’angoscia. Parliamo preferibilmente in prima persona plurale, che, per carità, non è maiestatis ma assolutamente modestiae. Firmiamo con il nostro nome giusto perché non possiamo farne a meno, ma all’occasione ci facciamo precedere da quello della nostra azienda. Abbiamo fatto tutto velocemente e bene. Senza quasi accorgercene. Ci siamo occupati anche della soppressione degli istinti primordiali. Non ci fanno più impressione né il buio né il freddo né gli animali feroci né i coltelli. Non temiamo il dolore. Abbiamo raggiunto il nirvana, siamo diventati quello che facciamo.

Per noi non hanno più senso le distinzioni amore, lavoro, famiglia. Abbiamo superato i concetti. Siamo al di là di Garcìa e di Lorca, quello delle tre cose da fare nella vita. Noi le facciamo, sì: piantiamo alberi per giovare alla nostra immagine pubblica, educhiamo figli da iscrivere al master, scriviamo libri per raccontare la nostra carriera. Ma soprattutto apriamo fabbriche, con la stessa spontaneità con cui il bambino nasce e piange per aprire i polmoni. Ci chiudiamo dentro operai, impiegati, macchinari e ovviamente noi stessi, perché non facciamo eccezione, il lavoro ci piace senza emozionarci. In modo quasi assoluto. Buddhico. Ce lo portiamo nel cuore, senza più vecchie emozioni spurie che potrebbero ostacolarne il progredire sereno. Siamo riusciti ad atrofizzare le antipatie viscerali. Abbiamo ricacciato indietro capricci e pruriti. Superiamo l’ipocondria e l’apprensione. Prendiamo droghe leggere e pesanti che non pensavamo di poter osare, e aspirine contro il mal di testa, antiacidi contro la gastrite, antibiotici contro il raffreddore. E non ci compiacciamo di stare bene. La nostra condizione ha qualcosa di sospeso e archetipico. Oblativo. Siamo un po’ come quel filosofo greco che viveva in una botte e chiese ad Alessandro di spostarsi perché gli toglieva il sole. Noi di più, siamo diventati la botte. Potremmo avvolgerci nudi intorno per ripararla dal marciume della pioggia e del vento. Senza sentirli. Ci siamo tolti la rabbia, l’odio, la vendetta. Ci siamo concentrati così tanto che non potremmo cercare un colpevole. Anche l’orrore, l’abbiamo seppellito. Per questo non possiamo fare a meno di annullarci con il suicidio in caso di fallimento. Oppure, svegliandoci temporaneamente dal coma che ci soffierà via, domandare solo, come Luis Renault: “E la fabbrica?”

15/12/2011